I tuoi dati sono in vendita

Da tempo utilizzi Google. Fai ricerche, utilizzi la posta elettronica con Gmail, carichi i tuoi file su Drive. Quanto paghi al mese per tutti questi servizi? Nulla. Se chiederai ai tuoi amici quanto pagano per gli stessi servizi, ti risponderanno la stessa cosa. Nessuno ha mai speso un centesimo per cercare qualcosa sul motore di ricerca. Eppure, il fatturato di Google nel 2018 ammontava a 136,81 miliardi di dollari. Com’è possibile un guadagno così elevato, se i servizi che ci vengono offerti sono gratuiti?

In realtà, quando usiamo un servizio gratuito, è probabile che stiamo fornendo qualcosa di molto più redditizio.

Le nostre ricerche, i contenuti che pubblichiamo, le azioni che compiamo, sono ricche di informazioni personali. Aggregando le informazioni ottenute è facile ricostruire un profilo personale di noi.

Immagina le ricerche che fai e gli acquisti online. Collegando le informazioni raccolte da queste azioni, si può facilmente comprendere cosa ti piace, a cosa sei interessato, addirittura cosa ti spaventa.

Ma cosa se ne fanno di queste informazioni?

Google ha sempre raccolto diverse informazioni dalle ricerche che gli utenti effettuavano. Esse, in passato, servivano unicamente a migliorare il motore di ricerca e renderlo più efficiente. Involontariamente, Google si ritrovò ricco di informazioni.

Il sistema di guadagno dell’azienda era basato su pubblicità e integrazioni delle ricerche nei siti web. Quando la compagnia iniziò a crescere, i suoi fondatori compresero che per non far fuggire gli investitori era necessario un sistema di capitalizzazione efficiente e sostenibile nel tempo.

Fu così che i dati raccolti vennero “riscoperti” come fonte di reddito. Infatti, essi avevano a disposizione un mucchio di dati sul comportamento degli utenti, e avevano la possibilità di estendere e migliorare la raccolta.

In questo modo si poteva offrire pubblicità basata su target molto specifici, perché creati ad personam. Tutti i dati che lasci in giro, servono a creare un profilo personale che può essere utilizzato per proporti pubblicità in linea con i tuoi interessi.

Hai mai avuto la sensazione che le ricerche che effettui ti seguano ovunque sul web? Non è una coincidenza.

Questo sistema di guadagno è stato definito “capitalismo della sorveglianza”. Un capitalismo moderno, dove il surplus è di dati.
Google è il pioniere di questo sistema, ma ormai è fra le tante a raccogliere informazioni. Facebook, Amazon, Microsoft e tante altre aziende, collegate o no a queste più grandi, raccolgono dati a fini pubblicitari.

Ogni volta che utilizzi un sito web o un’applicazione gratuitamente, dovresti chiederti se non stiano raccogliendo e vendendo le tue informazioni personali.

A quali pericoli siamo esposti?

I pericoli della perdita di privacy sono diversi.
Tutto nasce dai termini di servizio. Infatti, quasi nessuno li legge, ma quasi tutti li accettano ugualmente.

È proprio qui che inizia la strada del tracciamento. Comportandoci in questo modo, cediamo subito i nostri dati personali senza aver letto chi li acquisirà, come li elaborerà e cosa ne farà. Ma soprattutto quali e quanti dati verranno raccolti.

In gran parte questo problema è causato dagli stessi autori dei termini di servizio. Spesso sono scritti con un linguaggio giuridico molto complesso e non alla portata di tutti. In più sono molto lunghi e diventa quasi un’occupazione a tempo pieno volerli leggere e comprendere tutti. È molto più facile accettare direttamente, con un’innata ingenuità che ci porta a fidarci della compagnia a cui ci stiamo rivolgendo.

Quindi, ecco i pericoli a cui siamo esposti:

  • I tuoi dati possono essere usati per condizionarti: è diffusa la pratica di creare le cosiddette “bolle filtranti”, ovvero i contenuti che ti vengono mostrati sono filtrati sulla base delle informazioni ottenute su di te. Per esempio, se due persone, una con posizioni più progressiste e una con posizioni più conservatrici effettuano una ricerca Google con la query “immigrazione in Italia”, ci si aspetterebbe che i risultati ottenuti siano identici. Invece la bolla filtrante mostrerà loro contenuti differenti. La prima vedrebbe un maggior numero di articoli a favore dell’ingresso di nuovi migranti in Italia, la seconda un maggior numero di articoli che sostengono l’esatto contrario. Ciò condiziona l’opinione, dato che una parte dell’informazione sparisce dall’attenzione, polarizzando il pensiero e radicalizzando le idee.

    Oppure, potresti essere spinto ad acquistare un prodotto anziché un altro, semplicemente perché ti viene mostrato più frequentemente, mentre l’altro viene nascosto.

    Nel 2018, lo scandalo Cambridge Analytica ha mostrato anche come l’uso dei dati possa condizionare i processi democratici fondamentali come il voto. Pare infatti che l’elezione di Trump alla Casa Bianca e il voto su Brexit siano stati manipolati dall’azienda.
    È giusto che una compagnia decida per te cosa mostrarti?
  • I tuoi dati potrebbero essere usati per violare i tuoi diritti fondamentali: le rivelazioni di Edward Snowden del 2013 hanno messo in luce il pericolo. L’NSA, l’agenzia di sicurezza nazionale statunitense, effettuava spionaggio di massa sui cittadini americani e non. Molto spesso, i dati non erano raccolti direttamente dall’agenzia, ma erano trasmessi da colossi del web fra cui Google, Facebook, Apple, Microsoft, Yahoo! e altre.

    Un altro pericolo potrebbe essere causato da violazioni di dati da parte di attacchi cracker (non un salatino, ma un hacker con intenzioni malevoli. V. link) che potrebbero esporre i tuoi dati personali.

    La soluzione più efficace è smettere di fornire troppi dati alle compagnie.
  • Esponendo le tue informazioni personali, potresti avere difficoltà ad accedere al credito: si sta diffondendo la pratica da parte di banche e agenzie assicurative di acquisire informazioni personali per determinare l’erogazione di mutui, prestiti e polizze assicurative. Basta una ricerca sbagliata per trovarsi impossibilitato a chiedere un finanziamento, oppure potresti addirittura essere considerato un terrorista a tua insaputa.

Ma io non ho nulla da nascondere!

Se l’hai pensato, potresti non aver considerato alcune cose:
Anche se non hai nulla da nascondere, i tuoi account sono protetti da password. Probabilmente hai anche un blocco schermo sul tuo smartphone. Non è questione di segretezza, ma di riservatezza.

Se un amico ti confida un segreto in chat, ed esso è custodito sul tuo smartphone, egli non vorrebbe che fosse letto da qualcun altro. Quindi la privacy non è una scelta individuale ma una responsabilità comune. Forse tu non hai nulla da nascondere, ma il tuo amico potrebbe.

La privacy è un diritto umano riconosciuto, ma non sempre ci è stato garantito, e tuttora non è garantito in qualsiasi posto del mondo. Iniziare a fare delle concessioni ne allenta la legittimità. Il passato può sempre ritornare.

Inoltre, le aziende che raccolgono questo numero esorbitante di dati personali li utilizzano per rivenderli e creare profitto, senza che ti sia offerta una percentuale. Se ti venisse proposto di rispondere a un questionario con domande strettamente personali allo scopo di vendere le risposte, accetteresti? Anche in cambio di un servizio?

Ma Google e Facebook affermano che non vendono i miei dati!

Nell’ultimo periodo, i due colossi del web sono al centro dell’attenzione mediatica e governativa in molti paesi per i vari scandali sulla privacy in cui sono coinvolte.
In loro difesa, hanno affermato di non vendere i dati personali degli utenti. Questo però è fuorviante. Le due aziende si sono appellate a dei cavilli legislativi: Google e Facebook, di fatto, non vendono direttamente i tuoi dati personali agli inserzionisti, ma il prodotto della loro analisi. Per questo possono affermare di non vendere i dati, ma il risultato è esattamente lo stesso. Sia che forniscano direttamente i tuoi dati personali che un profilo nato da un’elaborazione di essi.

In conclusione…

La battaglia sulla privacy è aperta. Non sappiamo cosa ci aspetta in futuro, ma è necessario diventare consapevoli su come il mondo sta procedendo.

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